sabato, 19 dicembre 2009

“Prima cerchiamo un bel regalo per papà”. Tommaso non sembra entusiasta di questa proposta e del resto non posso biasimarlo, per un bambino di 3 anni il reparto abbigliamento uomo non è una grande attrattiva.

Ogni cosa annuncia il Natale, ogni reparto è addobbato, nessun angolo del grande magazzino è stato risparmiato. Le luci colorate, le musiche, è un tripudio di oggetti brillanti  dominati dal rosso e dall’oro. E’ davvero bello. Tommaso è rapito, mi tiene per mano e si guarda intorno. Avverto la sua impazienza, non vede l’ora di arrivare al reparto giocattoli: gli ho promesso che potrà scegliere che cosa richiedere a Babbo Natale.

“Dai, aiutami a scegliere una bella sciarpa che possa piacere a papà, che ne dici di questa?”. Cerco di coinvolgerlo.

Si avvicina a una mensola, troppo alta per lui e punta il ditino verso una sciarpa dai colori sgargianti, l’unica in mezzo a tante altre molto più sobrie.

Tipico, vuoi che a  un bimbo possano piacere quelle grigie o dai toni scuri?

“Rossa, mamma prendiamo quella rossa”. La sua favorita è un’ampia sciarpa scozzese, rossa, bianca verde e blu.

“Ti piace quella, vediamo bene com’è…” La esamino. “Chiediamo a una commessa se magari ne hanno altre simili”. Mi guardo intorno per individuare la prima commessa disponibile nei paraggi, sto per dirigermi verso di lei ma quando mi volto verso Tommaso, mi rendo conto che non c’è più.

“Tommaso” lo chiamo ripetutamente. Nessuna risposta.

D’istinto, perlustro rapidamente i dintorni a 360°, non può di certo essersi allontanato in pochi secondi. Tengo gli occhi vigili e lo sguardo basso ad altezza bambino, ma mi sento già nel panico. Mi muovo, provo a ispezionare dietro i banconi posti al centro del piano, controllo anche dietro i manichini, immagino che si sia nascosto per farmi uno scherzo e, se così fosse, mi riprometto di sgridarlo e fargli capire lo spavento che mi sta causando.

Niente. Non lo trovo.

Mi dirigo verso la scala mobile, sto per salire per cercarlo al piano superiore, ma mi blocco. Ragioniamo: potrebbe essere salito, ma potrebbe anche essere sceso. E se cambio piano rischio di perdere tempo e di allontanarmi troppo dal punto in cui l’ho perso di vista. E’ meglio chiedere aiuto. C’è troppa gente, ci sono altri bambini, non posso dare semplicemente indicazioni, devo farlo chiamare da un altoparlante e sperare che non abbia già raggiunto l’uscita.

“Scusi, mi aiuti, ho perso mio figlio… ha 3 anni, si chiama Tommaso…” Fermo la prima commessa in cui mi imbatto. La voce mi trema, non riesco a mantenermi calma.

“Suo FIGLIO?!” Ripete e mi guarda con aria inquisitoria.

Non capisco il bisogno di rimarcare l’accaduto, che voglia mettermi sotto accusa per negligenza? Ci mancherebbe, come se l’avessi abbandonato per i grandi magazzini da solo mentre mi dilettavo nello shopping natalizio… è pazzesco!

Ma è meglio che non mi mostri troppo seccata, ho bisogno del suo aiuto.
“Sì, mio figlio… ha i capelli ricci e castani, indossa una giacchetta verde… non credo si sia allontanato molto, mi sono solo distratta un attimo…” Nel frattempo continuo a cercare con gli occhi, sperando di vedere comparire la giacchetta verde e di sentire la parola ‘mamma’.

“Non si preoccupi, ora cerchiamo di chiamarlo avvisando con l’interfono”.

La seguo, ci dirigiamo al banco cassa. La commessa spiega ad una collega l’accaduto.

Parte il messaggio “Si è smarrito un bambino di 3 anni di nome Tommaso. Ha i capelli castani e indossa una giacca verde e dei jeans. La sua mamma lo attende alle casse del secondo piano”.

Attendo, mentre lo stesso messaggio viene ripetuto più volte. Mi sembra di impazzire, prego affinché non lo trovi qualche malintenzionato. Povero, sarà così impaurito. No, quando lo riabbraccerò non intendo sgridarlo.

Nessuno si presenta riportandomi eroicamente il mio bambino. Osservo il via e vai delle persone, altre madri che tengono per mano i propri figli e gironzolano nei vari reparti. Mi sento in colpa, come ho potuto perderlo di vista?

Nel frattempo è stata avvisata la sicurezza, vengo accompagnata negli uffici e mi viene consentito di controllare attraverso le telecamere del circuito interno.

“Stiamo controllando i vari piani, ma finora non abbiamo notato nessun bambino che vaga da solo. Proviamo a controllare i nastri per capire se possa essere uscito dallo stabile”.

“Grazie, vi ringrazio… Io non so come sia potuto succedere. Spero che non si trovi in pericolo” Non riesco a trattenere le lacrime.

“Non si preoccupi adesso cerchiamo di individuarlo, rivediamo i vostri spostamenti”. Mi offrono dei fazzoletti di carta.

“Signora è sicura di non essersi mai separata dal bambino?”

“Sì, certo. E’ stato solo un attimo, mentre cercavo una commessa”.

I due addetti si rivolgono a me continuando ad esaminare le registrazioni, ma noto che di tanto in tanto si lanciano occhiate con aria perplessa.

Ho la sensazione che mi stiano nascondendo qualcosa, mi alzo dalla sedia, voglio intervenire, loro stanno perdendo tempo prezioso mentre il mio bambino se ne sta là fuori indifeso. Non posso tollerarlo.

“Stia tranquilla. Per caso ha con sé una sua fotografia?”

Una fotografia! Sì, nel portafoglio ne ho una. Frugo nella borsa, apro il portafoglio. Non è in vista, è nascosta in uno scomparto, la estraggo.

Vedo il volto sorridente di Tommaso, sta seduto sull’altalena e sorride all’obiettivo.

Improvvisamente mi sento male, ho le vertigini. Dovrei prendere le medicine. Sì, le medicine.

“Signora, cosa succede? Signora mi sente?... Portatele un bicchier d’acqua” E’ l’ultima cosa che sento, mi sento mancare. Non vedo più nulla, vorrei dire di chiamare mio marito ma non riesco a parlare. Poi non vedo e non sento più nulla.

 

“La ringrazio dottore, è stata una brutta crisi”.

“Dobbiamo aspettare che faccia effetto il calmante. Dovrebbe aver rimosso tutto, ma va tenuta sotto controllo. E, mi raccomando, le faccia prendere con regolarità le medicine”.

Mi sento confusa, non voglio pensare a nulla. Sono impaurita, ma non so perché. O forse ho proprio paura di saperlo. Voglio solo dormire e non pensare. Aspettare in questo limbo rassicurante. Domani è un’altra giornata. 


Nell’ufficio dei grandi magazzini, un addetto alla sicurezza rientra dalla pausa con un caffé fumante, sta per sedersi alla sua scrivania, quando nota qualcosa in terra. Si china e raccoglie una fotografia, è una vecchia istantanea ormai logora e ingiallita. Ritrae un bel bambino seduto  su un’altalena e accovacciata accanto a lui una giovane donna  gli indica dove guardare.

La mostra al suo collega.

“E’ davvero triste. Com’è hanno detto che si chiama quel disturbo? Crisi post-partum?”

“Sì, è incredibile. Una madre che arriva a tanto. E nessuno se n’era accorto”

Si sistemò al computer, pronto a scrivere il rapporto della giornata, prese il telecomando e schiacciò il tasto rewind; ripercorse, ancora una volta, lo stesso spezzone di una delle telecamere del circuito interno: una donna di mezza età, la stessa della foto ma con almeno 15 anni in più, saliva al secondo piano, si aggirava fra manichini e abiti maschili e andava a soffermarsi davanti a uno scaffale pieno di sciarpe. Da sola. 

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categoria:racconti, scrivendo
giovedì, 12 novembre 2009

Non appena si svegliò quella mattina, Alice pensò subito all’intensa giornata che l’aspettava.

Era nervosa perché avrebbe avuto un’importante presentazione al lavoro, decisiva per la sua carriera. E nonostante avesse già una posizione affermata e di rilievo, vista anche la giovane età, la possibilità di poter arrivare ancora più in alto la stuzzicava, ma allo stesso tempo questa nuova sfida le metteva addosso una forte ansia. Da giorni questo era stato il suo pensiero fisso, quasi un’ossessione.

Si preparò con accuratezza ed uscì alla volta del proprio ufficio in centro città.                         

Stava sul bordo della strada in attesa di un taxi, quando le si avvicinò una bambina che la guardava e sorrideva. In un primo momento Alice, sorpresa del fatto che la bimba fosse da sola, le chiese se si era persa. Ma la bambina non sembrava per niente spaesata e le disse semplicemente "Vieni con me".

Alice si guardò attorno in cerca di un agente di polizia o di qualche altra persona con maggior tempo a disposizione, ma non fece in tempo a reagire che la bambina la prese per mano e la condusse per strada e lei la seguì ubbidiente senza fare domande. Non poteva ritardare al lavoro proprio quel giorno, eppure si sentiva come in uno stato di trance e impotente dinnanzi al volere di quella bimba sconosciuta. Arrivarono ad un piccolo teatro che Alice aveva già visto altre volte dall’esterno, era vicino a casa sua.

Entrarono, la sala era deserta e la bambina fece accomodare Alice in un posto centrale della platea. Poi si aprì il sipario sul palco.

Quello che Alice vide le apparve subito famigliare, sebbene estremamente bizzarro: vide sé stessa sul palco, la grande sala riunioni del proprio ufficio faceva da scenografia e lei dominava la scena, intenta nella propria presentazione ai vari pezzi grossi, radunati per l’occasione attorno al tavolo ovale e attenti nell’ascoltarla con aria compiaciuta.

“Sei un’attrice convincente”. La voce della bambina la distolse per un attimo da questa immagine. Alice stava per risponderle. Voleva dirle che in realtà lei aveva recitato in passato, prima di gettarsi anima e corpo nello studio e nel lavoro. Anzi, a dire il vero, la sua interpretazione di Antigone, la prima volta in un ruolo da protagonista, aveva riscosso notevoli successi. Voleva anche raccontarle dell’agitazione che aveva provato nell’affrontare il pubblico, l’adrenalina, ma anche il senso di libertà che la invadeva subito dopo aver iniziato a recitare. Non si era più sentita così da molto tempo, il sogno di diventare attrice era stato accantonato, poco applicabile alla sua realtà.

Ma quando fece per ribattere, la bambina, seduta accanto a lei fino a un attimo prima, era scomparsa. Alice non parve preoccuparsene troppo e continuò a guardare la scena che aveva di fronte, avvertendo una malinconia sempre più crescente.

Poi gli enormi tendoni rossi si richiusero, riportando Alice alla realtà. Si era fatto tardi, aveva un impegno importante quel giorno. Perciò uscì svelta dal teatro e si diresse verso il proprio ufficio.

Mancavano pochi minuti alla riunione, ma nonostante avesse preso un secondo caffé, non riusciva a ritrovare lucidità ed a concentrarsi; teneva in mano quel mucchio di carte e le fissava ma senza essere in grado di vedere ciò che vi era scritto. Venne il suo momento. Entrò nella grande sala dalle pareti vetrate, le persone stavano sedute in attesa e lei si apprestava ad iniziare la propria presentazione, quando ebbe un’esitazione, la sensazione di déjà-vu la bloccò.

 

Sorella mia, figlia dello stesso sangue, Ismene, sai tu quale tra le sventure che vengono da Edipo Zeus non porterà a compimento su noi due, nella nostra vita? …” quasi non riusciva a credere lei stessa a quello che stava dicendo. Eppure, all’improvviso, si sentiva perfettamente a suo agio, era di nuovo Antigone e quelle battute e movenze mai dimenticate prendevano forma con grande naturalezza. Continuò così il proprio monologo, impavida, davanti agli sguardi increduli di colleghi e superiori.


Finalmente si era tolta la maschera.
 

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categoria:pensieri, riflessioni, racconti, comunicando, scrivendo
mercoledì, 23 settembre 2009

Eccomi. Mi rendo conto di aver latitato per un bel po’ di tempo, ma non mi sono di certo scordata di questo blog.

Ci sono state le vacanze estive e poi un po’ per mancanza di tempo, ma molto più per pigrizia e distrazioni varie, ho accantonato The Wizard of Oz.

Tenterò di rimediare, avrei tante cose da raccontare.

In primis della vacanza a New York, che è stata esaltante, ricca di impressioni, aneddoti, incontri e quant’altro.

Da sempre desideravo andare a New York perciò ero già su di giri ancora prima di partire. Immaginate una volta là. PF_1215057

Nonostante il nostro programma fosse un vero e proprio tour de force non siamo riusciti a fare e vedere tutto ciò che ci eravamo prefissati. In compenso ci sono stati piacevoli e curiosi fuori programma.

Faceva caldo, molto caldo. E ogni giorno, già dal primo pomeriggio, si iniziava ad arrancare fra una strada e un’altra, in attesa del prossimo attimo di riposo.

Abbiamo percorso praticamente ogni viuzza di Manhattan, spingendoci anche negli altri distretti.

A tal proposito, ma quanto è bella Brooklyn! E solo perché Prospect Park rimane tagliato fuori dai principali circuiti turistici non ha nulla da invidiare al più noto Central Park.

Il fatto è che, stando nel mezzo a questo parco, hai come la sensazione di essere avvolto e isolato dal verde. Come se si trattasse di uno spazio illimitato. 
Se una come me, nata e cresciuta in mezzo al verde, è rimasta colpita da un parco cittadino, vorrà pur dire qualcosa, no?

E poi, cosa che non avrei mai detto, mi ha colpito tantissimo partecipare ad una Messa Gospel nel quartiere di Harlem. Non ho detto “assistere”, ma “partecipare”, già perché io (e con me tutti gli altri turisti presenti) siamo diventati parte attiva nella celebrazione.

Addirittura noi siamo stati fatti accomodare nei primissimi banchi, nella zona riservata ai diaconi.

Un po’ imbarazzante inizialmente, ma è stata un’esperienza unica.

E sono rimasta colpita dalla cordialità della gente del posto. Tante volte non c’era nemmeno bisogno di chiedere, bastava che ci vedessero con aria perplessa consultare una cartina e ci chiedevano “May I help you?”. Soprattutto in quel guazzabuglio che è la metropolitana dove, parola di un signore che vive lì, è facile sbagliarsi anche per loro. images

Sempre restando in tema di inaspettate gentilezze, vi basti sapere che il primo giorno ci siamo resi conto di non riuscire ad usare i cellulari (credo fossero troppo obsoleti, non era un problema di gestore ma di banda). Prendiamo una tessera telefonica e proviamo a chiamare casa da una cabina telefonica, inserendo una serie infinita di numeri.

Non essendo molto pratici, pensavamo di sbagliare, invece poi abbiamo constatato che la cabina era  rotta. Nel frattempo passa un signore con la sua colazione in mano, vede che siamo in difficoltà e così io gli spiego che non riusciamo ad usare il telefono. Lui mi offre il suo cellulare. Io gli faccio notare che devo chiamare in Italia. Lui insiste, dicendo che ha se faccio una breve chiamata non ci sono problemi anche se si tratta di una intercontinentale.

Così appoggia la colazione sul cofano della sua automobile e mi chiede il numero da comporre.

Alla fine uso il suo cellulare, accetta con riluttanza dei soldi da parte nostra e ci lascia il suo biglietto da visita dicendo di chiamarlo in caso di bisogno.

Esattamente in quel punto, che chiameremo “provvidenza point”, qualche giorno dopo mi vedo cadere addosso un dollaro. Dollaro che raccolgo e che successivamente dono ad un’associazione per i senzatetto, perché sento di dovermene liberare.

Comunque.. è questa l’America? Il “Nuovomondo” dorato che gli emigranti sognavano una volta? Dove i soldi piovono dal cielo e le verdure sono grandi come dei palazzi?

Perché se Max avesse portato con sé il suo borsone vintage a quadri, potevano davvero scambiarci per degli emigranti in cerca di fortuna, accolti a Nuova York (una volta tolte eventuali pulci ad Ellis Island).

 

La nostra vacanza è stata ricca di incontri, già il secondo giorno nella Grande Mela mi sono imbattuta in un vecchio amico, che conosco da 15 anni e che probabilmente non vedevo da 10.

Poi è stata la volta di un cuoco bresciano che oltre a cucinare benissimo, ‘vero’ cibo italiano e a prezzi modici, è simpaticissimo, andate a trovarlo a Hell’s Kitchen.

greenwichvillage Ho conosciuto un vicino di casa di Woody Allen, un ragazzino che sa a mala pena chi sia il regista ma che sa che suo padre lo conosce e mentre ci raccontava tutto ciò il suo cagnolino mi starnutiva su un piede.

Spero non mi abbia trasmesso la “canina”, anche se credo che un cane dell’Upper East Side sia ben vaccinato.

 

Un giorno abbiamo deciso di fare una gitarella al mare, a Rockaway Beach, nel Queens. Quanto mai. A parte il fatto che a causa del vento era quasi impossibile starsene in spiaggia, per di più in attesa della metro che ci avrebbe riportato a Midtown, ci siamo ritrovati nel bel mezzo di una rissa fra band, con tanto di coltelli e intervento della polizia.

Alle prime agitazioni, non capendo bene cosa stesse succedendo, una signora mi sorride e mi “rincuora” dicendo che è la solita lite fra bande rivali e accenna la parola “coltelli”, con lo stesso tono con cui mi direbbe “che bella giornata oggi”.

La banchina è stretta, questi tizi si spintonano e agitano i coltelli e noi siamo praticamente intrappolati in questo spazio ristretto, a pochi passi da questi brutti ceffi. Inizialmente interviene un solo poliziotto (però col cane) e io dovrei starmene tranquilla?

Se non altro ho vinto una mia paura, mi hanno chiesto cosa stava succedendo dei rabbini ebraici che, non so perché credo c’entri con il film Schindler’s List e certe mie suggestioni riguardo ai film sull’Olocausto, mi fanno un po’ paura anche quando li vedo per Milano, eppure lì ero a mio agio. Paura scaccia paura.

 

Proprio quando io approdavo a New York usciva in America il film tratto da uno dei miei romanzi preferitissimi: The Time Traveler’s Wife e così non ci siamo fatti sfuggire l’occasione di vederlo. E’ stato prodotto da Brad Pitt, lui e la ex moglie Aniston avevano comprato i diritti della storia quando ancora stavano insieme. Infatti quando hanno divorziato, la mia reazione è stata: “E adesso? E il film? Che si fa?” Così a quanto pare a lui sono rimasti i diritti del romanzo (e la Jolie) e a Jennifer la villa a Malibu e altri spiccioli.

Come spesso accade, il film non eguaglia il libro, anche se certe scene e molti dialoghi sono stati riprodotti alla lettera e ne sono certa perché l’avevo riletto in inglese proprio poco prima di partire. Però mi è sembrato più un “riassunto” della storia che è molto più ricca, più intensa, anche se la vicenda ti tocca ed è facile commuoversi nel finale. Solo non capisco come mai il pubblico in sala ridesse durante certe scene drammatiche, sarà che forse non capivo benissimo tutte le parole, ma la storia la conoscevo bene e se Henry, per esempio, incontra per la prima volta la figlia nel futuro e scopre (quella cosa…) cosa c’è di divertente? 

 

Sulla base della mia esperienza, ecco alcuni utili consigli:

- Se volete salire sulla corona della Statua della Libertà, chiusa per motivi di sicurezza in seguito all’11 settembre e riaperta da poco, prenotate il biglietto con molto anticipo, in agosto era prenotata fino a novembre!

Altra cosa: per accedere alla statua sarete sottoposti a rigorosi controlli, vi spruzzeranno dell’aria addosso, evitate perciò di mettervi una gonna a palloncino (!) proprio quel giorno.

- Sull’Empire State Building vi faranno una foto prima di salire, ma potete rifiutarvi di farla anche se sembra obbligatorio. Io ho evitato che m’immortalassero, anche se la fotografa sembrava sorpresa e risentita per questo rifiuto.

- Quando passate il tesserino della metro affidatevi alla fortuna, io mi ero rassegnata. Ancora adesso non so come si deve calibrare la lettura della tessera: se inserivo adagio, mi segnalava “go faster”, provavo veloce e mi diceva di ritentare, l’avessi azzeccata una volta.

- Se andate nel negozio Hollister a Soho, non perdete tempo a chiedere informazioni o aiuto ai commessi, loro non sono in grado, loro sono solo belli e inutili, vi dico solo che ce n’era uno che ha manifestato delle difficoltà con la sottrazione 3-2!

 

Che altro dire? Direi che mi sono già dilungata abbastanza ed è meglio non aggiungere altro, anche solo per rispetto di chi già si deve sorbire i miei logorroici resoconti a voce.

Cercherò di tornare su queste frequenze, non so quando visto che prossimamente buona parte del mio tempo libero verrà assorbita altrove, ma come diceva quella bella canzone “non piangere per me perché, presto o tardi sai, sarò di nuovo qui intorno”.

 

postato da: briony alle ore 14:05 | Permalink | commenti
categoria:pensieri, viaggi, riflessioni, cinema, aneddoti, vacanze, sogni, vicissitudini
giovedì, 16 luglio 2009

Siamo negli anni ‘60 e nonostante l’Inghilterra di quegli anni abbia visto decollare, fra gli altri, gruppi del calibro di Beatles e Rolling Stones, La BBC a quei tempi razionava la musica rock and roll, trasmettendola soltanto 2 ore al giorno.

Ad eludere questi limiti ci pensavano radio libere private che trasmettevano musica rock 24 ore al giorno da barche attraccate al largo delle coste inglesi, al di fuori dai confini, da qui il nome di “radio pirata”. radiorock

Ed è proprio su una barca, quella dell’emittente Radio Rock, che viene ambientato quasi esclusivamente questo brillante film che è allo stesso tempo un po’ commedia, musical e documentario storico.

 

Il giovane Carl viene cacciato da scuola e la madre per punirlo, ma fondamentalmente per lanciarlo in discutibili lezioni di vita, lo invia a bordo della barca di Radio Rock, affidandolo alle cure (alquanto poco pedagogiche) dei pazzi dj  che lavorano e vivono su quella barca, in un’atmosfera festaiola e in una commistione di pubblico (quando non addirittura trasmesso in diretta radiofonica!) e privato.

 

Il regista/sceneggiatore Richard Curtis, quello di Notting Hill e Quattro matrimoni e un funerale,  stavolta abbandona il suo pupillo Hugh Grant, radunando un cast di grandi:

Philip Seymour Hoffman (Truman Capote), detto “Il Conte”, leader saggio e carismatico della nave e pronto ad affondare con essa pur di non veder morire il rock.

Rhys Ifans, (ricordate Spike di Notting Hill? Cosa sarebbe quel film senza il mitico coinquilino?!) radio_rockqui interpreta Gavin, dj leggenda dalle dirette radiofoniche ad alto contenuto erotico.

Bill Nighy (protagonista in un altro film di Curtis “Love Actually”), qui è Quentin, il proprietario di Radio Rock e un vero lord dall’aplomb inattaccabile.

Nick Frost, ironico e spietatamente diretto.

A questi si aggiungono altri dj e personaggi, ognuno dei quali ha il suo perché e completa gli altri, dando un particolare contributo non solo alla realizzazione dei palinsesti della radio, ma alla vita in alto mare, andando così a formare una solida squadra.

Ci sono situazioni spesso paradossali, sempre molto divertenti, con dialoghi mai banali e il tutto con la perenne musica on air, musica rock ovviamente.

 

Questo film è un omaggio agli anni ’60, alla passione per la musica, è un inno alla libertà di espressione e la traduzione su pellicola della sete di rivolta dei giovani di quell’epoca, il pubblico privilegiato di Radio Rock. Pubblico che salverà, letteralmente, i propri idoli.

Consiglierei di vederlo anche solo per rituffarsi con nostalgia in quegli anni (per chi li ha vissuti e per chi avrebbe voluto viverli) fra acconciature cotonate, vestitini a trapezio dai colori sgargianti e assurdi abbinamenti, merito di una fedele riproduzione dei costumi.

 

"I politici non faranno mai un c*** per rendere il mondo un posto migliore, ma ovunque nel mondo ragazzi e ragazze avranno sempre i loro sogni e tradurranno quei sogni in canzoni…” 

Il Conte.

 

Io non c’ero, ma sicuramente… I would have loved Radio Rock... the Boat that Rocked! (e le altre).

postato da: briony alle ore 16:32 | Permalink | commenti (3)
categoria:pensieri, musica, cinema, sogni
lunedì, 06 luglio 2009

A causa dell'incessante nomadismo che mi porta a peregrinare con una certa frequenza sull'asse Milano-Bergamo-Milano, tante volte mi capita di portarmi appresso oggetti non bene identificati o oggetti di uso comune, ma che difficilmente qualcuno tiene in borsa.

L'articolo di oggi: un tostapane

postato da: briony alle ore 15:40 | Permalink | commenti
categoria:viaggi, vicissitudini, living in milan, living in bergamo