“Prima cerchiamo un bel regalo per papà”. Tommaso non sembra entusiasta di questa proposta e del resto non posso biasimarlo, per un bambino di 3 anni il reparto abbigliamento uomo non è una grande attrattiva.
Ogni cosa annuncia il Natale, ogni reparto è addobbato, nessun angolo del grande magazzino è stato risparmiato. Le luci colorate, le musiche, è un tripudio di oggetti brillanti dominati dal rosso e dall’oro. E’ davvero bello. Tommaso è rapito, mi tiene per mano e si guarda intorno. Avverto la sua impazienza, non vede l’ora di arrivare al reparto giocattoli: gli ho promesso che potrà scegliere che cosa richiedere a Babbo Natale.
“Dai, aiutami a scegliere una bella sciarpa che possa piacere a papà, che ne dici di questa?”. Cerco di coinvolgerlo.
Si avvicina a una mensola, troppo alta per lui e punta il ditino verso una sciarpa dai colori sgargianti, l’unica in mezzo a tante altre molto più sobrie.
Tipico, vuoi che a un bimbo possano piacere quelle grigie o dai toni scuri?
“Rossa, mamma prendiamo quella rossa”. La sua favorita è un’ampia sciarpa scozzese, rossa, bianca verde e blu.
“Ti piace quella, vediamo bene com’è…” La esamino. “Chiediamo a una commessa se magari ne hanno altre simili”. Mi guardo intorno per individuare la prima commessa disponibile nei paraggi, sto per dirigermi verso di lei ma quando mi volto verso Tommaso, mi rendo conto che non c’è più.
“Tommaso” lo chiamo ripetutamente. Nessuna risposta.
D’istinto, perlustro rapidamente i dintorni a 360°, non può di certo essersi allontanato in pochi secondi. Tengo gli occhi vigili e lo sguardo basso ad altezza bambino, ma mi sento già nel panico. Mi muovo, provo a ispezionare dietro i banconi posti al centro del piano, controllo anche dietro i manichini, immagino che si sia nascosto per farmi uno scherzo e, se così fosse, mi riprometto di sgridarlo e fargli capire lo spavento che mi sta causando.
Niente. Non lo trovo.
Mi dirigo verso la scala mobile, sto per salire per cercarlo al piano superiore, ma mi blocco. Ragioniamo: potrebbe essere salito, ma potrebbe anche essere sceso. E se cambio piano rischio di perdere tempo e di allontanarmi troppo dal punto in cui l’ho perso di vista. E’ meglio chiedere aiuto. C’è troppa gente, ci sono altri bambini, non posso dare semplicemente indicazioni, devo farlo chiamare da un altoparlante e sperare che non abbia già raggiunto l’uscita.
“Scusi, mi aiuti, ho perso mio figlio… ha 3 anni, si chiama Tommaso…” Fermo la prima commessa in cui mi imbatto. La voce mi trema, non riesco a mantenermi calma.
“Suo FIGLIO?!” Ripete e mi guarda con aria inquisitoria.
Non capisco il bisogno di rimarcare l’accaduto, che voglia mettermi sotto accusa per negligenza? Ci mancherebbe, come se l’avessi abbandonato per i grandi magazzini da solo mentre mi dilettavo nello shopping natalizio… è pazzesco!
Ma è meglio che non mi mostri troppo seccata, ho bisogno del suo aiuto.
“Sì, mio figlio… ha i capelli ricci e castani, indossa una giacchetta verde… non credo si sia allontanato molto, mi sono solo distratta un attimo…” Nel frattempo continuo a cercare con gli occhi, sperando di vedere comparire la giacchetta verde e di sentire la parola ‘mamma’.
“Non si preoccupi, ora cerchiamo di chiamarlo avvisando con l’interfono”.
La seguo, ci dirigiamo al banco cassa. La commessa spiega ad una collega l’accaduto.
Parte il messaggio “Si è smarrito un bambino di 3 anni di nome Tommaso. Ha i capelli castani e indossa una giacca verde e dei jeans. La sua mamma lo attende alle casse del secondo piano”.
Attendo, mentre lo stesso messaggio viene ripetuto più volte. Mi sembra di impazzire, prego affinché non lo trovi qualche malintenzionato. Povero, sarà così impaurito. No, quando lo riabbraccerò non intendo sgridarlo.
Nessuno si presenta riportandomi eroicamente il mio bambino. Osservo il via e vai delle persone, altre madri che tengono per mano i propri figli e gironzolano nei vari reparti. Mi sento in colpa, come ho potuto perderlo di vista?
Nel frattempo è stata avvisata la sicurezza, vengo accompagnata negli uffici e mi viene consentito di controllare attraverso le telecamere del circuito interno.
“Stiamo controllando i vari piani, ma finora non abbiamo notato nessun bambino che vaga da solo. Proviamo a controllare i nastri per capire se possa essere uscito dallo stabile”.
“Grazie, vi ringrazio… Io non so come sia potuto succedere. Spero che non si trovi in pericolo” Non riesco a trattenere le lacrime.
“Non si preoccupi adesso cerchiamo di individuarlo, rivediamo i vostri spostamenti”. Mi offrono dei fazzoletti di carta.
“Signora è sicura di non essersi mai separata dal bambino?”
“Sì, certo. E’ stato solo un attimo, mentre cercavo una commessa”.
I due addetti si rivolgono a me continuando ad esaminare le registrazioni, ma noto che di tanto in tanto si lanciano occhiate con aria perplessa.
Ho la sensazione che mi stiano nascondendo qualcosa, mi alzo dalla sedia, voglio intervenire, loro stanno perdendo tempo prezioso mentre il mio bambino se ne sta là fuori indifeso. Non posso tollerarlo.
“Stia tranquilla. Per caso ha con sé una sua fotografia?”
Una fotografia! Sì, nel portafoglio ne ho una. Frugo nella borsa, apro il portafoglio. Non è in vista, è nascosta in uno scomparto, la estraggo.
Vedo il volto sorridente di Tommaso, sta seduto sull’altalena e sorride all’obiettivo.
Improvvisamente mi sento male, ho le vertigini. Dovrei prendere le medicine. Sì, le medicine.
“Signora, cosa succede? Signora mi sente?... Portatele un bicchier d’acqua” E’ l’ultima cosa che sento, mi sento mancare. Non vedo più nulla, vorrei dire di chiamare mio marito ma non riesco a parlare. Poi non vedo e non sento più nulla.
“La ringrazio dottore, è stata una brutta crisi”.
“Dobbiamo aspettare che faccia effetto il calmante. Dovrebbe aver rimosso tutto, ma va tenuta sotto controllo. E, mi raccomando, le faccia prendere con regolarità le medicine”.
Mi sento confusa, non voglio pensare a nulla. Sono impaurita, ma non so perché. O forse ho proprio paura di saperlo. Voglio solo dormire e non pensare. Aspettare in questo limbo rassicurante. Domani è un’altra giornata.
Nell’ufficio dei grandi magazzini, un addetto alla sicurezza rientra dalla pausa con un caffé fumante, sta per sedersi alla sua scrivania, quando nota qualcosa in terra. Si china e raccoglie una fotografia, è una vecchia istantanea ormai logora e ingiallita. Ritrae un bel bambino seduto su un’altalena e accovacciata accanto a lui una giovane donna gli indica dove guardare.
La mostra al suo collega.
“E’ davvero triste. Com’è hanno detto che si chiama quel disturbo? Crisi post-partum?”
“Sì, è incredibile. Una madre che arriva a tanto. E nessuno se n’era accorto”
Si sistemò al computer, pronto a scrivere il rapporto della giornata, prese il telecomando e schiacciò il tasto rewind; ripercorse, ancora una volta, lo stesso spezzone di una delle telecamere del circuito interno: una donna di mezza età, la stessa della foto ma con almeno 15 anni in più, saliva al secondo piano, si aggirava fra manichini e abiti maschili e andava a soffermarsi davanti a uno scaffale pieno di sciarpe. Da sola.






Ho conosciuto un vicino di casa di Woody Allen, un ragazzino che sa a mala pena chi sia il regista ma che sa che suo padre lo conosce e mentre ci raccontava tutto ciò il suo cagnolino mi starnutiva su un piede. 
qui interpreta Gavin, dj leggenda dalle dirette radiofoniche ad alto contenuto erotico.